La condizione delle giornaliste: intervento di Antonella Benanzato

sabato, maggio 14, 2011
By refusi

Intervento di Antonella Benanzato tratto dal Convegno ‘La Lingua che non c’è’ organizzato da Antonella Barina, Sindacato Giornalisti del Veneto e Ordine dei Giornalisti a Venezia 12 maggio.

Il giornalismo dovrebbe essere, in via teorica e per statuto specifico, il terreno più democratico in cui donne e uomini si misurano quotidianamente. Ho detto donne e uomini prendendo atto che il Patto per un linguaggio non sessista deve essere adottato da ogni professionista dell’informazione. Tornando al giornalismo. E’ un campo aperto, dove la libertà d’idee e di confronto è sancito dalla Costituzione all’articolo 21. Nel giornalismo, più che in qualsiasi ambito dell’attività umana, le distinzioni di genere sono bandite. Dare una notizia non ha connotazioni sessuali. Una notizia è una notizia sia che venga data da una donna che da un uomo.Semmai cambia il modo in cui questa può essere veicolata all’opinione pubblica.

Ma il modo non è sindacabile se il contenuto viene trasmesso nel rispetto dei dettami della nostra carta deontologica. L’informazione è neutra perché, quando è vera informazione, raggiunge tutti indistintamente.

Senza sovrastrutture mentali e senza pregiudizio di sesso. Questo è la parte teorica e ideale del nostro lavoro, quella che spinge ognuna di noi a fare del proprio meglio per assicurare un’informazione puntuale e quanto possibile approfondita e aggiornata. Quando la professione giornalistica si cala nella bruta materia, gli aspetti ideali assumono una forma distorta, una forma ingiusta e incomprensibile che penalizza soprattutto le donne. Partiamo dalla situazione delle garantite.

Le donne sono definite sesso debole perché fa comodo che esse lo siano e come tali si comportino. Per chi è donna, nel nostro mestiere, esistono due modi per infrangere il soffitto di cristallo. Uno è compiacere gli uomini, e per compiacimento non intendo l’asservimento sessuale al quale oggi le donne sono spesso invitate a soggiacere, bensì la semplice acquiescenza a non diventare elementi di disturbo. Per disturbare il manovratore che ai vertici è quasi sempre un collega, basta voler fare carriera. Salire la gerarchia, entrare in quell’élite che, come tutte noi sappiamo, nel nostro lavoro significa soprattutto potere. Potere di indirizzare l’informazione, di leggere i fatti e interpretarli nella pretesa di un’autorevolezza che non sempre è figlia della competenza, ma molto spesso di logiche meno nobili.

E ancora, è un’acquiescenza che si esplicita nel non creare problemi alla redazione, ai colleghi e soprattutto ai capi. Quindi non sposarsi, non avere figli, fornire la stessa disponibilità che danno gli uomini per le stesse cose, negli stessi modi, con gli stessi orari anzi dimostrando una maggiore e ulteriore flessibilità. Insomma: rinunciando a quelli che dovrebbero essere diritti legittimi e tutelati. Ma la risposta che arriva a queste sollecitazioni è quasi sempre: “Avete voluto le pari opportunità? Eccovi servite”.

Cosa significa? Vuol dire tarparsi le ali, precludersi l’aspirazione, i ldiritto ad avere una famiglia, sentirsi sempre sotto una spada di Damocle pronta a calare sulla testa se per un momento ci si distrae da una forma mentis che è fisiologicamente maschile. Ma proprio perché maschile è naturale per gli uomini ma non per le donne. Significa dover competere con i colleghi maschi in modo disarmonico e diseguale, da chi parte sempre con qualche giro di ritardo.

La proposta: Una Carta di Venezia sulle pari opportunità

Sulla lunga distanza questa competizione disarmonica e diseguale non paga. Ecco perché la solidarietà tra colleghe e l’opera di sensibilizzazione sui colleghi uomini a partire dalle redazioni deve essere svolta contestualmente a un’azione mirata da parte del Sindacato e dello stesso Ordine dei Giornalisti.

La proposta che viene da questo convegno potrebbe essere quella di una Carta deontologica di Venezia, una sorta di decalogo, qualcosa di più che una moral suasion affinché le discriminazioni di genere, di tutti i generi non avvengano più nelle redazioni. Certo, a partire dal linguaggio, dall’utilizzo dei luoghi comuni sulle donne che, purtroppo, riempiono ancora le pagine dei giornali e molti servizi televisivi. La parole sono pietre, a volte possono lapidare. E spesso siamo noi giornaliste a doverle usare, a non volerci sottrarre perché magari i colleghi uomini non si fanno molti scrupoli. Da noi ci si attenderebbe un’altra sensibilità, A causa delle suddette ragioni, quelle dell ‘omologazione’ alla cultura maschile e a volte maschilista (anche se non amo usare questo termine) ci costringe a uniformarci a una certa terminologia, di matrice non certamente femminile. Non rendendoci conto che offendiamo principalmente noi stesse. Ma, come dicevo, la competizione, il timore di non essere all’altezza, spinge ad accettare queste condizioni. L’obiezione di coscienza è comunque sempre possibile.

Ecco perché, oggi più che mai, sarebbe il momento per dare vita a un un documento che, come il Patto sul Linguaggio non sessista siglato dallegiornaliste nel 1991, possa nascere da una nuova consapevolezza ossia, che il mestiere di giornalista non ha una connotazione sessuale ma semplicemente sfumature di pensiero che attengono alla sfera delle sensibilità individuali e che, ancora una volta, non ha sesso. O comunque deve rispettare le differenze di genere e lo ribadisco di ogni genere.

Venendo poi alle questioni legate alle disparità di trattamento economico tra giornalisti e giornaliste, questo va combattuto, non solo nel dato meramente contabile, ma da un punto di vista etico. L’umiliazione non è solo evidenziata dal diverso peso finanziario che viene dato al lavoro svolto da un uomo o da una donna, due pesi e due misure, bensì dal pregiudizio che insiste subdolo e vischioso sulle competenze e le capacità che si attribuiscono al lavoro femminile, sia esso intellettuale come lo è il nostro. Un pregiudizio odioso che in un paese civile, come si ritiene ancora l’Italia, non può più essere tollerato.

La disparità di remunerazione tra giornaliste e giornalisti è figlia di una disparità economica reale che offende il ruolo delle donne nel mondo del lavoro. Troppo spesso i colleghi sono pagati di più, perché, si pensa o si presume, possano rendere di più in virtù di una libertà da impegni famigliari. Di una maggiore disponibilità. Di una presunta maggiore flessibilità, libera dal gravame di maternità, impegni famigliari e di cura e assistenza, da sempre compito assegnato storicamente alle donne.

Carriera e avanzamenti

Oggi, nel 2011, non si può più intavolare una discussione sulle quote rosa. Un argomento superato dai fatti e dalla storia. Nel mondo, ma più vicino a noi in Europa, le donne hanno raggiunto posizioni di potere apicali, un tempo appannaggio esclusivo degli uomini. Anche a dirigere i giornali ci sono molte donne che esercitano un potere e una sfera d’influenza che in Italia è decisamente di segno maschile. Ormai la punta di diamante affilata dalle donne nel tempo è in grado di scalfire il tetto di cristallo per dare finalmente la scalata alla stanza dei bottoni. Lo si può fare e lo si è fatto in politica, lo si può fare anche ai vertici dell’Ordine dei giornalisti e del nostro sindacato. Come per ogni ambizioso traguardo servono preparazione, competenza, e tanto lavoro. Il consenso, la fiducia la si conquista con queste qualità e con il lavoro di squadra al quale, e me ne rammarico sempre, le donne sembrano non essere abituate. E’ triste constatare che sono proprio le donne alle volte a sostenere candidature maschili piuttosto che fare sponda a una collega. Questo è un altro retaggio del potere degli uomini sulle donne, che quando si fanno avanzare è perché qualche uomo lo ha deciso. Di questo dobbiamo renderci conto.

Come ultimo tema, ma non ultimo per importanza anzi il primo per quanto riguarda l’attività sindacale, volevo citare la discriminazioni a cui sono state sottoposte molte colleghe in Veneto. Situazioni che mettono in luce come l’Italia non sia un paese per madri. Tra le colleghe, chi decide di avere un figlio deve poi pagare un conto molto salato. Perdendo, molto spesso, anche il posto di lavoro. Cito solo alcuni casi, ma l’elenco sarebbe purtroppo molto lungo. Una collega dipendente di un’Emittente televisiva al rientro dalla maternità viene trasferita fuori sede con orari prolungati per la trasferta quotidiana che non le permettono di accudire il figlio appena nato. Risultato la collega è stata costretta a licenziarsi.

Un’altra collega dei quotidiani E Polis entra in maternità e né l’Inps né l’Inpgi per leggi assurde possono corrispondergli l’indennità di maternità. Resta per mesi senza salario perchè nel limbo tra azienda fallita ma non burocraticamente dichiarata fallita . Questi sono i casi di colleghe contrattualizzate, dipendenti, poi ci sono le colleghe collaboratrici, freelance, per queste donne non ci sono diritti, tornare al lavoro dopo avere avuto un figlio e scoprire di essere state rimpiazzate è l’amara e frequente sorpresa. L’alternativa è rinunciare ad essere madre, rinunciare ad avere una vita al di fuori della propria professione. Ma questo nessuno ha il diritto di chiederlo né di pretenderlo.

La maternità è un diritto tutelato dalla Costituzione all’articolo 37, ma non viene rispettato in molte redazioni. Come tanti altri diritti sanciti dalla nostra carta costituzionale, incluso il diritto a un compenso dignitoso per il proprio lavoro, come recita l’articolo 36 che sottolinea il fatto che il lavoratore in base “alla quantità e alla qualità del suo lavoro” deve ricevere un compenso tale “da assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Oggi i compensi che ricevono i giornalisti freelance in Italia non sono né dignitosi né in grado di permettere di immaginare un futuro. Nemmeno quello più naturale ed elementare a cui ognuno di noi ha diritto: un lavoro, una casa e una famiglia. Notate: ho messo queste tre cose in quest’ordine.

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