Amalia De Simone, precaria sola contro il suo (ex) giornale. Una battaglia di tutti, il dovere della solidarietà

giovedì, giugno 4, 2015
By refusi
Amalia De Simone

Amalia De Simone

Amalia De Simone, giornalista e video reporter stimata e conosciuta per le sue inchieste sulla criminalità organizzata, napoletana e iscritta al sindacato del Veneto, ha ricevuto nei giorni scorsi un contributo dal fondo anti-querele FNSI, un gesto di solidarietà che pone fine (lo speriamo) all’assurda vicenda giudiziaria che l’ha vista impegnata per anni contro il Mattino di Napoli, quotidiano di cui era collaboratrice precaria, e che si rivalse su di lei per una somma di 52 mila euro ovvero il 70% di quanto stabilito da una sentenza di condanna in sede civile per diffamazione relativa a una richiesta di risarcimento danni.

Il caso di Amalia è emblematico: l’editore di un grande giornale per la prima volta cita in giudizio un suo collaboratore freelance pretendendo che questi paghi per tutti, in totale solitudine, sborsando una cifra esorbitante, soprattutto pensando ai redditi bassi, incerti e discontinui di un giornalista precario o freelance.

Per denunciare tutto questo, nel 2012 alcuni colleghi tra cui Simona Petrucciolo avevano diffuso un appello, ospitato da diversi siti fra cui Articolo 21, per chiedere a Caltagirone Editore di ritirare la citazione per danni fatta pervenire ad Amalia De Simone.

Amalia ci ha chiesto di ospitare un suo testo in cui trarre un bilancio di questa storia. Lo facciamo molto volentieri e la abbacciamo.

assegno

Questo assegno è una sorta di riscatto. Un “contributo spese legali” (come lo ha chiamato “il Mattino” che evidentemente aveva bisogno dei miei 4mila euro) per mettermi alle spalle una storia che dura da troppi anni, che ha rischiato di diventare una seria ipoteca sulla mia vita, che molti conoscono e che è inutile nasconderlo, mi ha procurato preoccupazioni. Guardatelo bene, perché non riguarda solo me. Lo pubblico perché devo, contravvenendo alla mia riservatezza. Lo devo ai tanti che mi hanno sostenuto in questa battaglia, che purtroppo non è l’unica.

È notizia di queste ore che di questo assegno si è fatto carico il fondo anti-querela dell’FNSI grazie all’intervento e alla passione del sindacato dei giornalisti del Veneto a cui orgogliosamente ho scelto di aderire un po’ di tempo fa. È l’ultimo atto che chiude una pretestuosa e per me nociva vicenda in una storia che appartiene a tutti. È l’atto che definisce la mia testimonianza di resistenza e di istigazione nei confronti dei colleghi a non farsi mettere i piedi in testa e a coltivare la libertà. Sempre. È l’atto che mi consente definitivamente di dimostrare quanto fosse pretestuosa e vile la citazione in giudizio per danni, in cui mi si chiedeva quasi tutto l’importo di quanto dovuto da me, dal direttore e dall’editore in solido per una condanna in sede civile.

La vicenda riguarda un articolo che io avevo scritto ma in cui la “diffamazione” era relativa principalmente a titolo e impaginazione, che non erano di mia competenza. La sentenza di condanna, infatti, evidenzia gravissime responsabilità rispetto alla titolazione dell’articolo e alla non correttezza della rettifica da me sollecitata e prontamente inviata. Il Mattino mi chiese 52mila euro, soldi destinati ad aumentare a causa dell’esito del secondo grado del giudizio civile originario che vedeva come controparte 5 giudici di cui non era mai stato fatto il nome nell’articolo contestato. Questa vicenda pende ancora in giudizio, avendo Il Mattino proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza favorevole a quei giudici. Il paradosso è che nella loro comparsa i vertici del Mattino precisano l’assoluta correttezza del mio operato.

Ci sarebbero da dire e approfondire tante cose a corredo di questa breve descrizione potrei parlare degli anni al Mattino da abusiva/precaria o del lavoro tenace, appassionato e quotidiano che ho messo a disposizione di quella testata (penso che su questo nessuno, proprio nessuno possa dire il contrario), delle tante querele temerarie che ho dovuto affrontare in solitudine (mentre invece ho sempre condiviso premi e riconoscimenti), potrei parlare della causa di lavoro intentata, come ho precisato fin dalla prima udienza, solo per una questione di principio e di giustizia, sopravvalutando il senso di quest’ultima parola che ho spesso sperimentato essere vuota. La causa di lavoro l’ho persa. Avrei avuto la possibilità di ricorrere in Cassazione. Nel frattempo pendevano gli altri due giudizi e in particolare quello che mi coinvolge direttamente e cioè il primo grado sulla richiesta risarcitoria da parte del Mattino, che ha registrato delle testimonianze a me favorevoli.

Quello che ho pensato però e che a questo punto avevo raggiunto il mio scopo. Ho resistito in tutti i modi e di ho portato la mia testimonianza. Era tempo per me di tagliare con il passato. Per questo motivo ho chiesto all’avvocato che mi assiste di proporre una trattativa. Abbiamo proposto al Mattino di lasciar cadere tutti i giudizi in corso. Io non avrei proposto ricorso per Cassazione, loro non sarebbero andati avanti con la richiesta risarcitoria.

Alla fine è andata così. Hanno accettato ma hanno anche voluto 4 mila euro come contributo per le spese legali. Potrei dire tante cose ma non commenterò. Sarebbe come sparare sulla croce rossa. Riservo qualche riflessione invece sul fatto che tutto sommato anche loro in qualche modo hanno raggiunto il loro scopo: 4 mila euro a parte, ho speso svariate migliaia di euro in questi anni per difendermi in questi giudizi. Non so francamente se abbiano conseguito il risultato più importante, quello di intimidire gli altri giornalisti: “non alzate la testa, altrimenti vedete cosa può succedervi”. Ecco, non so se questo effetto l’abbiano ottenuto perché la mia resistenza e la mia testimonianza sono state forti e apprezzate.

Purtroppo questa vicenda che finalmente si è conclusa avrebbe potuto rappresentare un pericoloso precedente per tutta la categoria. Ieri è capitato a me, domani può succedere a tanti altri colleghi. In questo mestiere si può sbagliare: solo chi non fa non sbaglia e certamente non si può dire che io non “faccia”. Il Mattino mi ha chiesto soldi, anche i soldi dovuti dall’editore e dal direttore dell’epoca, decidendo da solo come devono essere ripartite le responsabilità.

L’azione civile contro di me è stata un’azione contro tutti i cronisti. Tradisce il principio che il giornalista va tutelato nelle difficoltà e quando è in buona fede, dallo stesso imprenditore che edita e guadagna dal giornale. E anche quell’editore che mi ha citata ha guadagnato grazie ai miei articoli, mentre io lavoravo sempre sotto pressione, malpagata, con continue promesse di contratto sempre disattese. Anche questo è servito a capire e andare avanti con più forza. Posso dirlo con cognizione di causa visto che la mia vita professionale è andata avanti.

Per tutti questi motivi ho chiesto, attraverso i colleghi del sindacato del Veneto, l’intervento del fondo anti querela perché fosse la categoria, che già ha voluto farmi assistere nel giudizio in cui il Mattino mi ha trascinato dal legale dell’Fnsi, a dare un segnale. L’ultimo, per dire che il sindacato sta dalla parte mia e di tutti di quelli che come che hanno lavorato con dignità e subito soprusi da editori senza scrupoli. Vicende come questa sono un pericolo per la libertà di stampa perché se passa l’idea e la forza intimidatrice di queste azioni ci saranno sempre meno colleghi disposti ad accettare i rischi che arrivano dal fare lavori di inchiesta.

Non è per una questione economica che ho chiesto l’intervento del fondo: in questi anni ho speso tanti soldi sia per le due vicende legali connesse a questa del Mattino sia per le tante altre vicende rivelatesi querele temerarie e conclusesi sempre positivamente. Dunque per i 4 mila che mi ha chiesto il Mattino ancora una volta avrei potuto (e l’ho fatto) stringere la cinghia facendo affidamento sul mio complicato lavoro e provando a venirne fuori. Quello che ho chiesto invece è un intervento che seppur mi solleva dall’ennesimo onere economico, venisse fatto per ribadire una questione di principio, quella che esce dalla mia vicenda particolare e diventa questione partecipata e condivisa, nel rispetto delle centinaia di colleghi che in questi anni si sono detti e sono stati al mio fianco.

La Fnsi non si è tirata indietro e ha deliberato l’utilizzo del fondo antiquerela per queste ultime spese legali. Anche l’ordine Nazionale dei giornalisti ha fatto la sua parte tenendo sempre alta l’attenzione sulla vicenda. Vorrei ringraziare tante persone e sarebbe un elenco veramente lungo. Chi c’è stato lo sa… sa che io conosco il valore della riconoscenza. Nomino per tutti: Simona Petricciuolo e tutti i coordinamenti dei giornalisti precari d’Italia a partire dai Campani per finire ai “refusi” Veneti. Potrei raccontarvi la distanza che sento invece, per un manipolo di iscritti allo stesso ordine che vegeta nell’indifferenza o peggio… ma onestamente è gente della cui esistenza non riesco nemmeno più ad accorgermi.

Di questa mia nota voglio che resti qualcosa di positivo spiegando perché io, napoletana e orfana di sindacato, ho scelto di aderire al sindacato dei colleghi veneti: nessuno come loro ha in questi anni saputo fare battaglie concrete per la professione e a tutela dei precari. Negli anni mi hanno insegnato che il rapporto tra diverse generazioni e categorie lavorative non necessariamente deve essere conflittuale ma che anzi, si possono “scendere un milione di scale” dandosi vicendevolmente il braccio.

Amalia De Simone

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